Ecologia, Etologia e discussioni generali.
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Fonte: I pellirossa dalle praterie alle riserve Maria Arioti Fratelli Fabbri Editori Milano 1977 Collanna attraverso le immagini

La caratteristica prima dei rapporti degli indiani, di tutti gli indiani, con la natura che li circonda è di conoscenza e di rispetto. Il loro interesse per l'ambiente non è connesso, come spesso si è portati a credere, esclusivamente con motivi economici, anche se ovviamente questi ultimi sono predominanti, specialmente ai livelli di cultura più semplici. I cacciatori non solo hanno una conoscenza della selvaggina e delle sue abitudini quale spesso non ha neanche un esperto zoologo, ma mostrano interesse anche per altre forme di vita che non hanno una funzione economica. Ha, questo interesse, un carattere analogo a quello della nostra scienza, anche se i risultati pratici delle osservazioni non sono stati altrettanto efficaci. Anche i cosiddetti primitivi guardano infatti alla natura per conoscerla e per darle un ordine intellettuale: Abbiamo così, per esempio, la classificazione degli animali compiuta dagli indiani Navajos, che si autodefiniscono grandi classificatori, con criteri diversi da quelli adottati dai nostri scienziati, ma certo non meno rigorosa: gli animali sono divisi in tre gruppi principali ( correnti, volanti, rampanti), a loro volta suddivisi in '''viaggianti di notte'' e poi ''viaggianti sull'acqua'' e ''viaggianti' sulla terra'', e così via.
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Jared Diamond ha scritto che gli indigeni della Nuova Guinea, per ovvi motivi (la giungla è la loro dispensa, per così dire), hanno una conoscenza approfondità di un numero impressionante di piante e animali della loro regione.
D'altronde simili capacità di classificazione non sono esclusive dei popoli extraeuropei, ma erano parte anche del sapere tradizionale di quelli del nostro continente.
Gavin Maxwell, nel suo bel libro "Arpioni alla ventura" (sulla caccia agli squali pellegrini nei mari scozzesi), in un capitolo che possiamo definire criptozoologico ante litteram si sofferma a parlare delle conoscenze naturalistiche degli isolani delle Ebridi (siamo negli anni Quaranta-Cinquanta del Novecento, non mille anni fa), sottolineando in particolare, oltre alla messe di nomi tradizionali sia in inglese che in gaelico attribuiti ai vari animali, la straordinaria capacità di quei pescatori di descrivere fin nei minimi dettagli aspetto e abitudini di mammiferi e pesci con cui avevano a che fare, tanto da smentire alcuni dei migliori trattati di biologia, che segnalavano come assenti o rarissime nei mari britannici specie in realtà comuni, e da consentire, in caso di animali a loro sconosciuti, una rapida identificazione a chi era in grado di dare un nome alle loro descrizioni (Maxwell fa qui l'esempio dell'avvistamento di un pesce luna e di un beluga, entrambi non nativi delle Ebridi).
L'autore giunge quindi alla conclusione che gli avvistamenti di serpenti di mare ad opera degli Ebridesi sian tutt'altro che da scartare come fasulli, a meno che non siano riconducibili a specie rare fuori dal loro areale tipico.
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Jared Diamond ha scritto che gli indigeni della Nuova Guinea, per ovvi motivi (la giungla è la loro dispensa, per così dire), hanno una conoscenza approfondita di un numero impressionante di piante e animali della loro regione.
E se vogliamo avere una quantificazione di questo "numero impressionante", basterà ricordare quanto riportato a suo tempo da Ernest Mayr (e successivamente riproposto ad esempio da Stephen Jay Gould nel suo saggio "Un Quahog è un Quahog" pubblicato nella raccolta "Il pollice del panda") a proposito dei Fore della Nuovva Guinea, i quali usano ben 136 nomi diversi per identificare quelle che i moderni ornitologi considerano 137 specie di uccelli...