- 07/02/2012, 12:59
#2135
Come avevo promesso in un altro topic, vi presento alcune "notiziole" (come diceva il mio professore di Inorganica ed Industriale al primo anno) riguardanti il celebre e controverso Dr Grover Krantz (1931-2002).
Krantz era laureato in antropologia a Berkeley ma ottenne un dottorato di ricerca dall'Università del Minnesota nel 1971 per il suoi studi riguardanti l'evoluzione umana e servì tutta la sua carriera accademica nella Washington State University. Credenziali accademiche impeccabili, e sentendo i suoi compagni di corso pare che non abbia fatto il dottorato di ricerca a Berkeley subito dopo la laurea a causa di “un violento litigio con un professore”.
Krantz stesso afferma di essere stato uno scettico nell'esistenza del Bigfoot fino al 1969, anno in cui aveva iniziato il suo dottorato. Ciò che gli fece cambiare idea fu il cosidetto caso "Cripple-Foot". Si tratta di una serie di tracce (1089 secondo le fonti che troverete a fine pagina) rinvenute nel Novembre 1969 presso Bossburg, Stato di Washington. in cui il piede destro presentava una particolare deformazione, il cosidetto piede equino o Talipes Equinovarus. A detta di Krantz questa deformazione era "impossibile da falsificare". In seguito allo studio dei calchi Krantz affermò di vedere tracce di dermatoglifi (dermal ridges in inglese).
Nel 1988 Michael Dernett, un infaticabile "critico" dell'intero fenomeno Bigfoot, contattò René Dahinden, il criptozoologo che possedeva alcuni dei calchi originali di Bossburg e gli chiese informazioni riguardanti i dermatoglifi. Dahinden rispose che vi erano due piccole aree che potevano essere interpretate come dermatoglifi ma aggiunse anche che a suo parere erano dovute alla manipolazione del calco non ancora perfettamente asciutto, ed erano di origine umana. Dennett ottenne in prestito i calchi e non riuscì a vedere i dermatoglifi. Sottopose in seguito i calchi ad accurata analisi da parte del Dr Dennis Truner, anatomista dell'Università dell'Oregon. Truner esaminò sia i calchi che la descrizione di Krantz e commentò che, per quanto l'analisi di Krantz fosse corretta dal punto di vista della conoscenza anatomica nel 1969, non riusciva non solo a vedere dermatoglifi ma aveva forti dubbi riguardo all'anatomia della caviglia (articolazione tibio-talus) come descritta da Krantz, vista come puramente speculativa. Commentò definendo le orme come "inconcludenti" come prova per l'esistenza di Bigfoot.
Questo caso è solo il primo della tormentata relazione tra Krantz ed un gruppo di “ricercatori” di Bigfoot dell'area intorno a Bossburg, gruppo che includeva i già citati Freeman e Titmus ed Ivan Marx. Marx è forse uno dei più “infami” falsificatori dell'intero fenomeno Bigfoot, produttore di alcuni dubbi filmati e ritenuto implicato nella falsificazione di centinaia e centinaia di orme. Bossburg divenne “misteriosamente” il fulcro di avvistamenti di Bigfoot dopo che Marx si trasferì nella zona.
Nel 1970 Marx “scoprì” una serie di impronte di mani che annunciò come appartenenti ad un Bigfoot. Krantz, nonostante i suoi impegni accademici, ottenne rapidamente copia di queste impronte e le analizzò. Per quanto concesse la “remota” possibilità che fossero false, se ne uscì con una conclusione assai controversa “I cinque calchi a me disponibili, provenienti da quattro diversi individui e da due località diverse, presentano tutte un pollice non opponibile”.
Queste impronte di mano vennero in seguito sottoposte all'esame del Dr Daris Swindler, docente di antropologia all'Università dello Stato di Washington, il quale commentò seccamente le conclusioni di Krantz con un “Non so di cosa stia parlando”.
Nel corso degli anni Krantz accumulò un'enorme collezione di impronte e dichiarò più volte di avere sviluppato un “metodo infallibile” per distinguere le impronte autentiche da quelle fasulle che includeva due criptici “tratti segreti” che, in barba alla metodologia scientifica, non rivelò mai a nessuno. E questa sua tracotanza lo mise nei guai.
Nel 1990 un muratore, J.W. Parker, inviò a Krantz il calco di un'impronta che aveva trovato in una località non specificata dell'Indiana. Krantz proclamò che questo calco aveva passato tutti i suoi test inclusi “i due tratti Sasquatch che non ho mai rivelato a nessuno”. Dopo una “caccia all'uomo” durata mesi un giornalista dello Skeptical Inquirer riuscì a contattare Parker, che nel frattempo si era trasferito in un altro Stato per un nuovo lavoro. Parker ammise immediatamente che l'impronta era un falso, da lui stesso creata. Scopo di questo falso era vedere se Krantz fosse “davvero abile come diceva di essere”. Parker aggiunse anche che non pensava che la cosa prendesse vita propria e che assumesse tali proporzioni. Rivelò anche il metodo da lui utilizzato per realizzare l'impronta (che, curiosamente, è simile a quello supposto da René Dahinden per altri casi) . Partendo dall'impronta di un proprio piede nudo nel fango, Parker la ingrandì colle mani ed aggiunse i dermatoglifi “nelle aree di minore attrito” calcando i palmi delle mani. Per quanto riguarda i due celebri tratti segreti disse “Non avevo idea di cosa fossero! Ho pensato ad unghie e cicatrici quindi ho aggiunto anche quelle”. Per maggiore realismo aggiunse anche un guscio di nocciola schiacciato.
Dobbiamo renderci conto che Parker non era un antropologo o un'anatomista, ma un semplice muratore. La sua conoscenza in merito era limitata ai libri ed agli articoli sul Bigfoot che aveva letto. Eppure la sua orma passò tutti i test di Krantz, inclusi i due celebri “tratti Sasquatch segreti”.
Krantz sviluppò una sua teoria personale in merito al Bigfoot, ovvero sia che si trattasse dei moderni discendenti di Gigantopithecus (una gigantesca scimmia erbovora asiatica, appartenente alla sottofamiglia dei Pongini, il cui solo rappresentante moderno è il Miah o Orang Utan) che circa 10.000 anni or sono avrebbero attraversato lo Stretto di Bering. Ci sono ovviamente molti problemi con questa teoria: innanzitutto tutto quello che abbiamo di questo primate sono due mandibole complete, alcune frammentarie e alcune centinaia di denti. Poi i resti in assoluto più recenti risalgono a circa 100.000 anni or sono e, al di fuori degli Umani moderni, non vi è alcuna traccia di Ominidi nelle Americhe.
Per quanto la paleontologia moderna tenda a considerare il Gigantopithecus un quadrupede “obbligato” per via di limitazioni anatomiche e fisiologiche, l'idea di Krantz che invece fosse un bipede non è completamente campata per aria e si basa sullo studio della mascella, a suo parere abbastanza ampia alla base da consentire una posturazione eretta del collo e quindi un'andatura bipede in una creatura di grandi dimensioni.
Si può dire che il Bigfoot iniziò ad avere per Krantz un doppio significato. Da un lato aveva investito una buona dose della sua credibilità nel supportarne l'esistenza, cosa che a livello accademico gli provocò non pochi imbarazzi. Dall'altro pensò che l'eventuale esistenza del Bigfoot, se dimostrata, avrebbe potuto provare la sua discussa teoria sul Gigantopithecus.
Se fin qui Krantz può sembrare un eccentrico “professore credulone”, c'è da dire che tra tutti i ricercatori di Bigfoot è stato uno dei pochi, pochissimi a sostenere che senza prove inconfutabili si sarebbe andati avanti a speculare in eterno. E per lui, educato come antropologo, “prove inconfutabili” significava una sola cosa: un corpo. Ecco quindi il suo discusso consiglio a qualunque “cacciatore” di Bigfoot: sparare per uccidere e “se non riuscite a riportare indietro il corpo intero, tagliate la parte più grande che riuscite a trasportare. La testa è perfetta ma va bene anche la sola mandibola”.
Lungi dal limitarsi ad essere un semplice teorico, Krantz acquistò un mezzo fuoristrada dotato di verricello e faretto, un fucile da caccia grossa ed iniziò a “pattugliare” le strade tra le sconfinate foreste di sempreverdi del Nord-Ovest del Pacifico di notte. “Colla pratica sono riuscito a fermarmi, accendere il faretto, estrarre il fucile dalla rastrelliera e puntarlo in circa quindici secondi” affermò in seguito.
Ciò gli ha provocato una marea di critiche da parte di due principali categorie di persone: da una parte gli ingenui sognatori che vedono il Bigfoot come un gentile gigante della foresta minacciato di estinzione, dall'altra chi forse temeva di finire i propri giorni con un costume da gorilla addosso.
Per quanto personalmente sia assolutamente scettico nell'esistenza del Bigfoot non posso che ricordare le amare parole di Bernard Heuvelmans a proposito “Nella zoologia perché ci sia una nascita è sempre necessaria una morte”. Anche Heuvelmans, educato come zoologo, era perfettamente conscio che senza prove inconfutabili non si va da nessuna parte.
Per Krantz questa convinzione andava oltre la morte. Quando gli venne diagnosticata la malattia che poi l'avrebbe ucciso, prese immediatamente accordi col Museo di Storia Naturale Smithsonian, per donare il proprio corpo alla scienza. Pose una sola condizione a questa sua volontà: che l'Università alloggiasse i suoi resti insieme a quelli di tre dei suoi amati Irish Wolfhounds. Questa volontà è stata rispettata dai curatori del Museo.
Come possiamo commentare la storia di questo discusso ma indubbiamente originale ricercatore?
Io mantengo personalmente che Krantz, a differenza di altri, non fosse interessato al Bigfoot per motivi economici. La sua ossessione veniva dal suo ego. Qui ricordo che la scienza, lungi dall'essere composta da generosi altruisti, è spinta dall'ego umano quanto altri campi ritenuti solitamente assai meno rispettabili. C'è chi per difendere le proprie teorie non ha esitato a ricorrere alle più meschine falsificazioni, all'ostruzionismo, alle manovre politiche o addirittura al ricatto.
Fortunatamente Krantz era fondamentalmente onesto. La sua onestà però non ha impedito al suo ego di lasciarsi risucchiare nel fenomeno Bigfoot sempre più profondamente, al punto di farsi spesso prendere dall'entusiasmo e vedere prove anche dove non c'erano, lasciandosi così facilmente ingannare da truffatori come Ivan Marx, che invece sì che erano interessati al denaro.
Personalmente ritengo anche che il famoso consiglio “sparare per uccidere” sia stato generato tanto dalla consapevolezza di avere a disposizione prove inconfutabili quanto dall'amarezza di avere speso una vita tra individui di bassa lega a cacciare un sogno.
Bibliografia
Carlson, Peter “Using His Cranium: Grover Krantz's Last Wish Was to Remain with His Friends and He Has”, Washington Post, 5/7/2006, pagina C01
Dennett, Michael R. “Are These Tracks Real?”, Skeptical Inquirer, September 1994
Krantz, Grover S. “Sasquatch Believers vs the Sceptics”http://www4.law.cornell.edu/uscode/17/107.html (accesso effettuato 4/2/2012)
Radford, Benjamin “Bigfoot at 50: Evaluating a Half-Century of Evidence”, Skeptical Inquirer, Marzo/Aprile 2002
Krantz era laureato in antropologia a Berkeley ma ottenne un dottorato di ricerca dall'Università del Minnesota nel 1971 per il suoi studi riguardanti l'evoluzione umana e servì tutta la sua carriera accademica nella Washington State University. Credenziali accademiche impeccabili, e sentendo i suoi compagni di corso pare che non abbia fatto il dottorato di ricerca a Berkeley subito dopo la laurea a causa di “un violento litigio con un professore”.
Krantz stesso afferma di essere stato uno scettico nell'esistenza del Bigfoot fino al 1969, anno in cui aveva iniziato il suo dottorato. Ciò che gli fece cambiare idea fu il cosidetto caso "Cripple-Foot". Si tratta di una serie di tracce (1089 secondo le fonti che troverete a fine pagina) rinvenute nel Novembre 1969 presso Bossburg, Stato di Washington. in cui il piede destro presentava una particolare deformazione, il cosidetto piede equino o Talipes Equinovarus. A detta di Krantz questa deformazione era "impossibile da falsificare". In seguito allo studio dei calchi Krantz affermò di vedere tracce di dermatoglifi (dermal ridges in inglese).
Nel 1988 Michael Dernett, un infaticabile "critico" dell'intero fenomeno Bigfoot, contattò René Dahinden, il criptozoologo che possedeva alcuni dei calchi originali di Bossburg e gli chiese informazioni riguardanti i dermatoglifi. Dahinden rispose che vi erano due piccole aree che potevano essere interpretate come dermatoglifi ma aggiunse anche che a suo parere erano dovute alla manipolazione del calco non ancora perfettamente asciutto, ed erano di origine umana. Dennett ottenne in prestito i calchi e non riuscì a vedere i dermatoglifi. Sottopose in seguito i calchi ad accurata analisi da parte del Dr Dennis Truner, anatomista dell'Università dell'Oregon. Truner esaminò sia i calchi che la descrizione di Krantz e commentò che, per quanto l'analisi di Krantz fosse corretta dal punto di vista della conoscenza anatomica nel 1969, non riusciva non solo a vedere dermatoglifi ma aveva forti dubbi riguardo all'anatomia della caviglia (articolazione tibio-talus) come descritta da Krantz, vista come puramente speculativa. Commentò definendo le orme come "inconcludenti" come prova per l'esistenza di Bigfoot.
Questo caso è solo il primo della tormentata relazione tra Krantz ed un gruppo di “ricercatori” di Bigfoot dell'area intorno a Bossburg, gruppo che includeva i già citati Freeman e Titmus ed Ivan Marx. Marx è forse uno dei più “infami” falsificatori dell'intero fenomeno Bigfoot, produttore di alcuni dubbi filmati e ritenuto implicato nella falsificazione di centinaia e centinaia di orme. Bossburg divenne “misteriosamente” il fulcro di avvistamenti di Bigfoot dopo che Marx si trasferì nella zona.
Nel 1970 Marx “scoprì” una serie di impronte di mani che annunciò come appartenenti ad un Bigfoot. Krantz, nonostante i suoi impegni accademici, ottenne rapidamente copia di queste impronte e le analizzò. Per quanto concesse la “remota” possibilità che fossero false, se ne uscì con una conclusione assai controversa “I cinque calchi a me disponibili, provenienti da quattro diversi individui e da due località diverse, presentano tutte un pollice non opponibile”.
Queste impronte di mano vennero in seguito sottoposte all'esame del Dr Daris Swindler, docente di antropologia all'Università dello Stato di Washington, il quale commentò seccamente le conclusioni di Krantz con un “Non so di cosa stia parlando”.
Nel corso degli anni Krantz accumulò un'enorme collezione di impronte e dichiarò più volte di avere sviluppato un “metodo infallibile” per distinguere le impronte autentiche da quelle fasulle che includeva due criptici “tratti segreti” che, in barba alla metodologia scientifica, non rivelò mai a nessuno. E questa sua tracotanza lo mise nei guai.
Nel 1990 un muratore, J.W. Parker, inviò a Krantz il calco di un'impronta che aveva trovato in una località non specificata dell'Indiana. Krantz proclamò che questo calco aveva passato tutti i suoi test inclusi “i due tratti Sasquatch che non ho mai rivelato a nessuno”. Dopo una “caccia all'uomo” durata mesi un giornalista dello Skeptical Inquirer riuscì a contattare Parker, che nel frattempo si era trasferito in un altro Stato per un nuovo lavoro. Parker ammise immediatamente che l'impronta era un falso, da lui stesso creata. Scopo di questo falso era vedere se Krantz fosse “davvero abile come diceva di essere”. Parker aggiunse anche che non pensava che la cosa prendesse vita propria e che assumesse tali proporzioni. Rivelò anche il metodo da lui utilizzato per realizzare l'impronta (che, curiosamente, è simile a quello supposto da René Dahinden per altri casi) . Partendo dall'impronta di un proprio piede nudo nel fango, Parker la ingrandì colle mani ed aggiunse i dermatoglifi “nelle aree di minore attrito” calcando i palmi delle mani. Per quanto riguarda i due celebri tratti segreti disse “Non avevo idea di cosa fossero! Ho pensato ad unghie e cicatrici quindi ho aggiunto anche quelle”. Per maggiore realismo aggiunse anche un guscio di nocciola schiacciato.
Dobbiamo renderci conto che Parker non era un antropologo o un'anatomista, ma un semplice muratore. La sua conoscenza in merito era limitata ai libri ed agli articoli sul Bigfoot che aveva letto. Eppure la sua orma passò tutti i test di Krantz, inclusi i due celebri “tratti Sasquatch segreti”.
Krantz sviluppò una sua teoria personale in merito al Bigfoot, ovvero sia che si trattasse dei moderni discendenti di Gigantopithecus (una gigantesca scimmia erbovora asiatica, appartenente alla sottofamiglia dei Pongini, il cui solo rappresentante moderno è il Miah o Orang Utan) che circa 10.000 anni or sono avrebbero attraversato lo Stretto di Bering. Ci sono ovviamente molti problemi con questa teoria: innanzitutto tutto quello che abbiamo di questo primate sono due mandibole complete, alcune frammentarie e alcune centinaia di denti. Poi i resti in assoluto più recenti risalgono a circa 100.000 anni or sono e, al di fuori degli Umani moderni, non vi è alcuna traccia di Ominidi nelle Americhe.
Per quanto la paleontologia moderna tenda a considerare il Gigantopithecus un quadrupede “obbligato” per via di limitazioni anatomiche e fisiologiche, l'idea di Krantz che invece fosse un bipede non è completamente campata per aria e si basa sullo studio della mascella, a suo parere abbastanza ampia alla base da consentire una posturazione eretta del collo e quindi un'andatura bipede in una creatura di grandi dimensioni.
Si può dire che il Bigfoot iniziò ad avere per Krantz un doppio significato. Da un lato aveva investito una buona dose della sua credibilità nel supportarne l'esistenza, cosa che a livello accademico gli provocò non pochi imbarazzi. Dall'altro pensò che l'eventuale esistenza del Bigfoot, se dimostrata, avrebbe potuto provare la sua discussa teoria sul Gigantopithecus.
Se fin qui Krantz può sembrare un eccentrico “professore credulone”, c'è da dire che tra tutti i ricercatori di Bigfoot è stato uno dei pochi, pochissimi a sostenere che senza prove inconfutabili si sarebbe andati avanti a speculare in eterno. E per lui, educato come antropologo, “prove inconfutabili” significava una sola cosa: un corpo. Ecco quindi il suo discusso consiglio a qualunque “cacciatore” di Bigfoot: sparare per uccidere e “se non riuscite a riportare indietro il corpo intero, tagliate la parte più grande che riuscite a trasportare. La testa è perfetta ma va bene anche la sola mandibola”.
Lungi dal limitarsi ad essere un semplice teorico, Krantz acquistò un mezzo fuoristrada dotato di verricello e faretto, un fucile da caccia grossa ed iniziò a “pattugliare” le strade tra le sconfinate foreste di sempreverdi del Nord-Ovest del Pacifico di notte. “Colla pratica sono riuscito a fermarmi, accendere il faretto, estrarre il fucile dalla rastrelliera e puntarlo in circa quindici secondi” affermò in seguito.
Ciò gli ha provocato una marea di critiche da parte di due principali categorie di persone: da una parte gli ingenui sognatori che vedono il Bigfoot come un gentile gigante della foresta minacciato di estinzione, dall'altra chi forse temeva di finire i propri giorni con un costume da gorilla addosso.
Per quanto personalmente sia assolutamente scettico nell'esistenza del Bigfoot non posso che ricordare le amare parole di Bernard Heuvelmans a proposito “Nella zoologia perché ci sia una nascita è sempre necessaria una morte”. Anche Heuvelmans, educato come zoologo, era perfettamente conscio che senza prove inconfutabili non si va da nessuna parte.
Per Krantz questa convinzione andava oltre la morte. Quando gli venne diagnosticata la malattia che poi l'avrebbe ucciso, prese immediatamente accordi col Museo di Storia Naturale Smithsonian, per donare il proprio corpo alla scienza. Pose una sola condizione a questa sua volontà: che l'Università alloggiasse i suoi resti insieme a quelli di tre dei suoi amati Irish Wolfhounds. Questa volontà è stata rispettata dai curatori del Museo.
Come possiamo commentare la storia di questo discusso ma indubbiamente originale ricercatore?
Io mantengo personalmente che Krantz, a differenza di altri, non fosse interessato al Bigfoot per motivi economici. La sua ossessione veniva dal suo ego. Qui ricordo che la scienza, lungi dall'essere composta da generosi altruisti, è spinta dall'ego umano quanto altri campi ritenuti solitamente assai meno rispettabili. C'è chi per difendere le proprie teorie non ha esitato a ricorrere alle più meschine falsificazioni, all'ostruzionismo, alle manovre politiche o addirittura al ricatto.
Fortunatamente Krantz era fondamentalmente onesto. La sua onestà però non ha impedito al suo ego di lasciarsi risucchiare nel fenomeno Bigfoot sempre più profondamente, al punto di farsi spesso prendere dall'entusiasmo e vedere prove anche dove non c'erano, lasciandosi così facilmente ingannare da truffatori come Ivan Marx, che invece sì che erano interessati al denaro.
Personalmente ritengo anche che il famoso consiglio “sparare per uccidere” sia stato generato tanto dalla consapevolezza di avere a disposizione prove inconfutabili quanto dall'amarezza di avere speso una vita tra individui di bassa lega a cacciare un sogno.
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Carlson, Peter “Using His Cranium: Grover Krantz's Last Wish Was to Remain with His Friends and He Has”, Washington Post, 5/7/2006, pagina C01
Dennett, Michael R. “Are These Tracks Real?”, Skeptical Inquirer, September 1994
Krantz, Grover S. “Sasquatch Believers vs the Sceptics”http://www4.law.cornell.edu/uscode/17/107.html (accesso effettuato 4/2/2012)
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