- 05/11/2011, 15:07
#1722
Nelle lingue di ceppo germanico (principalmente inglese ed olandese) esiste un termine per indicare qualcosa che se ne è andato per sempre che tradotto in italiano suona come "perduto come il dodo".
E questo uccello, sul cui destino tanto è stato scritto ed è divenuto un simbolo della conservazione naturale, è veramente perso nelle nebbie del tempo.
Esistono pochissimi schizzi e dipinti "dal naturale", il più celebre dei quali è stato dipinto dal Rolandt Savery nel 1626 (ironicamente questo dipinto rappresenta anche due ara sconosciuti, introdotti per fare contrasto col "prosaico" piumaggio del dodo, che sono stati identificati come l'unica rappresentazione nota di due specie oramai estinte, l'ara dominicano, Ara atwoodi, e l'ara di Guadalupe, tuttora privo di classificazione formale).
Tutto quello che fino a poco tempo fa avevamo del dopo erano una manciata di calchi di vari parti anatomiche e pochi reperti ossei. Esemplari imbalsamati esistevano ma, a causa delle primitive tecniche di tassonomia del XVII secolo, sono andati tutti perduti. L'ultimo esemplare noto venne fatto bruciare dai curatori dell'Ashmolean Museum di Oxford nel 1755 perchè divorato dalle tarme: fortunatamente un'assistente decise di rimuovere una zampa e la testa come ricordi prima di gettarlo nel fuoco e questi reperti sono ora tra i più preziosi del Museo Universitario di Zoologia della celebre città inglese.
Un altro esemplare può essere sopravvissuto fino al 1800 a Parigi, come parte della grande ex-collezione reale (che comprendeva quasi tutti gli olotipi di Brissom e Buffon), ma sfortunatamente l'intera collezione andò distrutta quando gli zelanti curatori ebbero la malsana idea di salvarla dalle tarme fumigandola con lo zolfo.
I reperti di dodo sono rarissimi ed estremamente preziosi, al punto che alcuni tassonomisti (il più attivo in questo campo era Rowland Ward di Londra, noto come "padre" della moderna tassonomia e per avere preparato gli esemplari utilizzati da Audubon nella sua monumentale descrizione degli uccelli del Nord America) hanno prodotto dei falsi dodo utilizzando piume e tessuti di altri uccelli.
Questa situazione ha portato in tempi recenti persino a "ridisegnare" il dodo, secondo una moderna tendenza che vuole gli animali "magri e cattivi", anche se le descrizioni dell'epoca ci dicono chiaramente che il dodo era tanto grosso e goffo che nel disperato tentativo di darsi alla fuga spesso toccava a terra colla pancia. Questa, diciamo, pinguedine veniva attribuita ad esemplari ingrassati in cattività.
Fortunatamente nel 2005 a Mare aux Songes, sull'isola di Mauritius, sono stati trovati numerosi resti frammentari di individui di varie età, escrementi in stato subfossile ed il più prezioso reperto di tutti, uno scheletro intero non disarticolato di un esemplare adulto.
Questo ha consentito di avere una ricostruzione più precisa del dodo che, come ci si poteva immaginare, corrisponde col celebre dipinto di Savery. La "pinguedine" altro non era che parte della strategia di sopravvivenza del dodo, che accumulava notevoli riserve di grasso per sopravvivere nel corso della stagione in cui il suo cibo preferito, i frutti dell'albero tambalocque (Sideroxylon grandiflorum) non erano disponibili.
La scomparsa del dodo ebbe un effetto negativo proprio su questo albero, il cui seme veniva liberato dall'endocarpo proprio dall'azione dei succhi gastrici del dodo. Nel 1973 ne rimanevano solo 13 esemplari, la cui età non poteva essere determinata per via dell'assenza degli anelli di crescita (cosa che rende il tambalocque un legno particolarmente pregiato).
Questa ipotesi è stata più volte contestata ma il tambalocque sta ritornando sull'isola di Mauritius perchè, dopo questa scoperta, sono stati introdotti i tacchini, il cui sistema digestivo svolge la stessa azione "liberatrice" di quello del dodo. Boscaioli e vivaisti hanno iniziato a "pulire" i semi del tambalocque con mole ed altri strumenti prima di piantarli, ottenendo così un elevato tasso di germinazione.
Un piccolo tributo al sinonimo stesso dell'estinzione.
E questo uccello, sul cui destino tanto è stato scritto ed è divenuto un simbolo della conservazione naturale, è veramente perso nelle nebbie del tempo.
Esistono pochissimi schizzi e dipinti "dal naturale", il più celebre dei quali è stato dipinto dal Rolandt Savery nel 1626 (ironicamente questo dipinto rappresenta anche due ara sconosciuti, introdotti per fare contrasto col "prosaico" piumaggio del dodo, che sono stati identificati come l'unica rappresentazione nota di due specie oramai estinte, l'ara dominicano, Ara atwoodi, e l'ara di Guadalupe, tuttora privo di classificazione formale).
Tutto quello che fino a poco tempo fa avevamo del dopo erano una manciata di calchi di vari parti anatomiche e pochi reperti ossei. Esemplari imbalsamati esistevano ma, a causa delle primitive tecniche di tassonomia del XVII secolo, sono andati tutti perduti. L'ultimo esemplare noto venne fatto bruciare dai curatori dell'Ashmolean Museum di Oxford nel 1755 perchè divorato dalle tarme: fortunatamente un'assistente decise di rimuovere una zampa e la testa come ricordi prima di gettarlo nel fuoco e questi reperti sono ora tra i più preziosi del Museo Universitario di Zoologia della celebre città inglese.
Un altro esemplare può essere sopravvissuto fino al 1800 a Parigi, come parte della grande ex-collezione reale (che comprendeva quasi tutti gli olotipi di Brissom e Buffon), ma sfortunatamente l'intera collezione andò distrutta quando gli zelanti curatori ebbero la malsana idea di salvarla dalle tarme fumigandola con lo zolfo.
I reperti di dodo sono rarissimi ed estremamente preziosi, al punto che alcuni tassonomisti (il più attivo in questo campo era Rowland Ward di Londra, noto come "padre" della moderna tassonomia e per avere preparato gli esemplari utilizzati da Audubon nella sua monumentale descrizione degli uccelli del Nord America) hanno prodotto dei falsi dodo utilizzando piume e tessuti di altri uccelli.
Questa situazione ha portato in tempi recenti persino a "ridisegnare" il dodo, secondo una moderna tendenza che vuole gli animali "magri e cattivi", anche se le descrizioni dell'epoca ci dicono chiaramente che il dodo era tanto grosso e goffo che nel disperato tentativo di darsi alla fuga spesso toccava a terra colla pancia. Questa, diciamo, pinguedine veniva attribuita ad esemplari ingrassati in cattività.
Fortunatamente nel 2005 a Mare aux Songes, sull'isola di Mauritius, sono stati trovati numerosi resti frammentari di individui di varie età, escrementi in stato subfossile ed il più prezioso reperto di tutti, uno scheletro intero non disarticolato di un esemplare adulto.
Questo ha consentito di avere una ricostruzione più precisa del dodo che, come ci si poteva immaginare, corrisponde col celebre dipinto di Savery. La "pinguedine" altro non era che parte della strategia di sopravvivenza del dodo, che accumulava notevoli riserve di grasso per sopravvivere nel corso della stagione in cui il suo cibo preferito, i frutti dell'albero tambalocque (Sideroxylon grandiflorum) non erano disponibili.
La scomparsa del dodo ebbe un effetto negativo proprio su questo albero, il cui seme veniva liberato dall'endocarpo proprio dall'azione dei succhi gastrici del dodo. Nel 1973 ne rimanevano solo 13 esemplari, la cui età non poteva essere determinata per via dell'assenza degli anelli di crescita (cosa che rende il tambalocque un legno particolarmente pregiato).
Questa ipotesi è stata più volte contestata ma il tambalocque sta ritornando sull'isola di Mauritius perchè, dopo questa scoperta, sono stati introdotti i tacchini, il cui sistema digestivo svolge la stessa azione "liberatrice" di quello del dodo. Boscaioli e vivaisti hanno iniziato a "pulire" i semi del tambalocque con mole ed altri strumenti prima di piantarli, ottenendo così un elevato tasso di germinazione.
Un piccolo tributo al sinonimo stesso dell'estinzione.
Guide my hand
Light my path
Show me the way
To reach one day
Baphomet's Throne
Light my path
Show me the way
To reach one day
Baphomet's Throne
